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Un mondo più giusto e più bello con i dati

 

Ho iniziato a lavorare sul tema information design ormai una quindicina di anni fa. Cominciai con alcuni eventi di sensibilizzazione in cui semplicemente accendevo un faro su una disciplina che nei paesi anglosassoni era insegnata da decenni all’università, mentre da noi faticava a farsi conoscere.

Durante questi primi incontri mi capitava quasi sempre di ricevere da qualcuno dei partecipanti un’osservazione per così dire giustificatoria: ‘’si va beh ma… fare i grafici bene non è poi così importante… quello che conta sono i dati.’’

Ovviamente era un’obiezione cui sapevo controbattere ma quello che mi interessa evidenziare è la frequenza con cui tale affermazione veniva fatta.

Gli eventi si trasformarono in corsi di mezza giornata, poi si presero un giorno intero e infine si affermarono in forma di workshop intensivi da 2 o 3 giornate.

Mano a mano che l’offerta formativa maturava, accompagnando il consolidarsi dei trend dei big data e degli analytics, quella primordiale obiezione diveniva più rara e si faceva più debole. Talvolta capitava che non dovevo nemmeno rispondere. Qualche altro partecipante puntualizzava al posto mio (con mia somma soddisfazione ovviamente).

Oggi i corsi sono diventati masterclass di 2 mesi e mezzo. Quell’obiezione non mi viene più fatta. Anche l’Italia si è accorta dell’information design. Questo grazie a personalità italiane che hanno saputo eccellere a livello internazionale (Giorgia Lupi, Paolo Ciuccarelli, Matteo Moretti solo per citare alcuni dei più importanti) ma anche al confronto con il mercato internazionale e alle sfide sempre più difficili che le nostre imprese devono affrontare ogni giorno.

Le aziende italiane (e le persone che vi lavorano) hanno compreso che presentare le informazioni quantitative in maniera tecnicamente adeguata consente loro di trovare con maggiore facilità i significati nascosti nei loro dataset e al contempo di comunicare tali elementi in maniera più efficace.

In tutti questi anni però non sono cambiati solo il mercato italiano e la percezione dell’ information design. E’ cambiato anche il movimento che vive intorno a questi argomenti. E sono, naturalmente, cambiato anche io.

Oggi paradossalmente vorrei che qualcuno durante i miei corsi alzasse la mano e mi chiedesse perchè si deve studiare l’information design?

La mia risposta non verterebbe più su competenze tecniche nella visualizzazione dei dati né sull’efficacia della comunicazione. Sono cose che ormai posso dare quasi per scontate. Oggi risponderei dicendo che saper leggere e comunicare i dati con maggiore efficacia ci rende non solo professionisti migliori ma persone migliori, finanche cittadini migliori.

Tale approccio trae forza da tre elementi.

Il primo è il concetto di Data Literacy, cioè la consapevolezza che la capacità di individuare, organizzare, gestire e comunicare le informazioni quantitative non è più solo un mestiere per data scientist e analyst, ma coinvolge tutta l’azienda. Diviene fondamentale creare all’interno della propria organizzazione una cultura del dato, a tutti i livelli, in tutte le divisioni.

Il secondo elemento è un approccio ai dati che mi arrischio a definire etico. Produciamo ogni giorno centinaia di gigabyte di dati per ciascuna persona. Quanti di questi dati sono usati effettivamente per fare del bene, anche solo per creare condizioni di vita migliori per tutti? Non è una domanda retorica. In tutto il mondo cresce la domanda di sostenibilità del business e quando ne sento parlare penso che un approccio etico ai dati sia un elemento fondante di questo tema. Ce lo ha insegnato anche Hans Rosling nella sua straordinaria attività di divulgazione: è fondamentale imparare a leggere il mondo intorno a noi basandoci sui dati, per evitare preconcetti e distorsioni della realtà, per spazzare via paure irrazionali e rivolgere le nostre energie verso attività costruttive. Nella vita privata come in quella professionale.

Il terzo elemento è in qualche modo personale, anche se in realtà fa riferimento ad un’esperienza universale.

In questi anni sono diventato papà di due bambine e, anche se siamo ancora lontani dal fare i grafici, mi sono spesso domandato quali strumenti vorrei che acquisissero per affrontare il mondo al meglio delle loro possibilità. Ebbene uno degli strumenti fondamentali è proprio quello dell’ information design per aiutarle a leggere il mondo per quello che è, attraverso i dati.

E’ una battaglia per tanti aspetti simile a quella della sostenibilità ambientale.

Si dice che per cambiare il mondo (in meglio) non servano grandi annunci ma piccoli comportamenti quotidiani. Sono d’accordo.

Allora cominciamo a costruire un mondo migliore (anche per le future generazioni) … un grafico alla volta.

Nicola Mastrorilli

Nato a Milano,  lavora dal 1996 nel settore Retail specializzandosi nell’area IT in diversi progetti a supporto dei processi aziendali. Dal 2006 diviene Consulente Informatico coordinando svariati progetti di implementazione presso importanti aziende della grande distribuzione.

Grazie a tali esperienze affina e amplia le sue competenze approfondendo le aree tematiche della business intelligence e della formazione. Appassionato di tecnologia, prima che consulente, arricchisce il suo profilo attraverso una serie di interventi formativi e divulgativi sui temi dell’Information Design e dell’Instructional Design.

Nel 2011 fonda con Andrea Vestidello Realthink (da cui nascerà 6 anni dopo Experio). Docente presso importanti Enti e aziende del settore della formazione (Digital Accademia, Unindustria Treviso, Sive, etc…) svolge il ruolo di Mentor all’interno del programma di accelerazione H-Camp dell’incubatore H-Farm.

Ormai ex-maratoneta, oggi Nicola corre dietro alla piccola Agata.

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Close Up è  il digital magazine di Fondazione Aldini Valerianiun progetto di promozione culturale con rubriche e contenuti inediti con l’obiettivo non solo di incuriosire il lettore, ma di appagarlo. Lasciandogli «qualcosa di più».